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Marriage is love.





Life is funny, but not ha-ha funny. Peculiar, I guess.
You think I got it all going my way, then why am I such a fucking mess?



promised land


 dirty [memorabilia] permalink 
19/07/2008 00:37


Qualcuno, qualche giorno fa, mi chiese una prova tangibile della mia presenza al Traffic di quest'anno - come se il post sui Soulwax e il fatto che ripeta da quasi una settimana "Patti è la donna più figa del creato, anche se ha i baffi, vista da dietro sembra un uomo ed è vecchia come i dinosauri, ma io me la farei comunque, chissenefrega se mi piacciono gli uomini" a chiunque incontri non fosse già abbastanza.
Comunque sia, ecco, di seguito, una foto (scattata da lei) dopo il concerto di sabato (Patti ed Afterhours insieme on stage a cantare Dancing Barefoot! Oddiomiooo!!), con noi distrutti ed inebetiti, fra un panino "salutista" e una coca-cola, davanti al baracchino dei panini. spero basti come prova tangibile.



lei è la converse a sinistra.
lui è la nike (prestate da me, perchè quel minchione è venuto con i sandali) in alto.
lei è la asics in basso.
io sono la converse a destra.

confusi, sporchi e felici.
non proprio come dire qualcun'altro, ma quasi.



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 se lo ye-yé non arriva [14th street] permalink 
18/07/2008 03:08


Portami a cena fuori, Baustelle...
o magari ad un bel concerto, che costa anche meno. come quello di stasera, per esempio. che, stando a resoconti di amici di amici o di datori di lavoro di amici, doveva rivelarsi una Waterloo musicale e vocale, e invece è stata una bellissima esperienza. bellissima, ma non fenomenale. le discoteche sulle stelle sono un'altra cosa. in parte la colpa è anche nostra (mia e sua): troppi concerti in troppo poco tempo (fra Traffic e Spaziale si è arrivati a quota di quasi uno a sera), abbiamo entrambi una certà età, fare le groupie diventa faticoso - soprattutto se hai già dato tutto per la donna baffuta più figa del mondo in un sabato sera eccesivamente piovoso. così siamo rimasti in disparte, ridendo ad ogni dettaglio e godendoci in sacrosanto ma quantomai tamarro silenzio una Baudelaire che aspettavamo da mesi (e siamo stati accontentati, oh se lo siamo stati). è che certi concerti ti fanno male se li ascolti senza stile - soprattutto se hai una cotta spaventosa per il cantante. amami una volta nella vita. per dire. altrimenti non aspetteresti tre quarti d'ora fuori al freddo nella speranza che il gruppo si palesi (la prospettiva che, non avendo la macchina fotografica o qualcosa da far firmare e limitandoci quindi a sbavare copiosamente e biascicare frasi sconnesse, avremmo fatto la figura dei cretini ci ha fatto prendere la strada di casa prima dell'inevitabile). questo film ridicolo, quando finirà? ti chiedi, senza trovare risposta. le svedesi ballano e portano minigonne pallide come me, che rimango tutto il giorno in casa ad ascoltare musica e aborro la luce del sole. è il bello dei concerti: si palesano solo di notte e sono la rivincita di noi nerd. anche quando si tratta di gruppi fighi (o è meglio dire fighetti? la differenza è minima, ma sostanziale) come questa sera. tutto questo implica una gioventù che di certo non mi appartiene, ma che vedere da lontanto (un po' come fa anche il gruppo in questione) non è mai un dispiacere. niente piedistallo, ci mancherebbe, sono già troppo alto e troppo gobbo di mio. solo che quando uno ha un occhio così acuto e descrive così bene quella malinconia anni '60 che ogni tanto provi anche tu (è molto probabile che Warhol non si sia reso conto di cosa avrebbe causato disegnando una semplice banana sulla copertina di un disco), è difficile non andargli dietro, almeno un poco. l'amore fa fare cose strane. le fontane crollano, sono come me.


se nel precedente resoconto avete colto segnali di ye-yé di quando in quando, è solo perchè non l'hanno fatta. e dire che io non aspettavo altro.
fai come faceva Baudelaire: prendila con filosofia e ascoltatela a palla in macchina sulla strada del ritorno.


 

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 acceptable in the 80s (hanging on the tamarro edition) [inbetween days] permalink 
17/07/2008 05:33


fare il tamarro a tarda (tarda? le treemezza di notte? ma quando mai!) notte ha il suo fascino, non lo nego. anzi, mi piace.
del resto, il post sui Soulwax qualcosa faceva già presagire: ho un'anima da tamarro inespressa, che negli ultimi tempi sta scalpitando per venire alla luce (il caldo fa di questi scherzi). anima che il buon Calvin Harris (insieme ai Fischerspooner, ma loro sono meno tamarri di quanto fosse lecito aspettarsi) mi sta aiutando a tirare fuori, senza neanche troppi problemi. il tamarro mi affascina, lo ammetto. in realtà, è un misto fra fascino e ribrezzo. perchè credo (idea a cui sono arrivato dopo una lunga discussione con un buon paio di amici - Daniele! Auntie! fatevi avanti!) che il tamarro abbia vita facile. insomma, se non altro più facile della mia. non credo, per esempio, che il tamarro che vive a pochi piani da me (l'ho visto, e, credetemi, siamo a livelli di tamarritudine da record) in questo momento sia davanti al suo computer ad ascoltare Joni Mitchell e a chiedersi se ha fatto la giusta scelta di vita. lui è sicuro della sua scelta, e ne è sicuramente felice. io da quando sono tornato online che mi chiedo che razza di uomo io sia diventanto (ma questa è un'altra storia). insomma, invidio il tamarro, non per la sua vita, ma per come la vive. hakuna matata, senza preoccupazioni. a me non succede così. basta la più piccola delle cose per buttarmi giù e farmi cadere in paranoia. credo si possa definire "eccesso di sensibilità", ma forse è solo presunzione. ciò non toglie che io sia felice della mia vita, anzi. ma ci sono determinati momenti in cui buttarmi giù mi riesce facilissimo. vivo solo il problema di chiunque abbia trovato del "bene" nel proprio dolore, soprattutto da quando (e si parla di secoli fa) la scrittura ha assunto un ruolo terapeutico all'interno della mia vita. scrivere è la mia terapia, la mia valvola di sfogo, e difficilmente riesce a dare risultati nei momenti più felici. è lo stesso motivo per cui la prospettiva di una vita serena e di una situazione emotiva stabile (ergo, felicemente accoppiato) mi spaventa: sapere di non potere più esprimermi, di non poterlo più fare in un determinato modo mi atterisce (prospettiva che, se si esclude un determinato anno, non si è ancora realizzata - parlo per battere i tasti, io). forse non è un caso se ho fatto di Joni (una donna che ha sacrificato tutto per la propria coerenza) la mia musa - oltre che compagna di nottate insonni. la mia vita procede fra alti e bassi, come, del resto qualsiasi altra vita. solo che, come dice anche Nick Hornby, "noi viviamo troppo protesi verso un apice, dico noi che assorbiamo emozioni da mattina a sera, e di conseguenza non riusciamo mai a sentirci semplicemente contenti: noi dobbiamo essere o disperati, o al settimo cielo, e questi sono stati d’animo difficili da raggiungere in una relazione stabile e solida". o nella vita di tutti i giorni. la ricerca di emozioni, anche negative, è una costante, e spesso le conseguenze non sono le migliori. è per questo che il tamarro ha tanto fascino su di me. per quanto simile alla mia, la sua vita è diversa. piccoli particolari che fanno la differenza. ma questo, probabilmente, è uno dei motivi per cui non potrò mai essere realmente tamarro sino in fondo - ma solo ogni determinato tot di tempo, quando la pressione è troppo forte e i muri iniziano a crollare. essere ggiovane, una volta ogni tanto, fa bene al cuore. per il futuro, mi pare un compromesso più che accettabile.

e ora... qualcosa di completamente diverso.
scoperta del secolo: ascoltare punk-wave alle due di notte non concilia il sonno, no no. Debbie, ti voglio bene, e mi spiaccia tu stia ancora appesa al telefono (visto, soprattutto, che son trentanni quest'anno - ma farsi un cellulare, no, eh?), ma gli operai del cantierie in cortile (assoldati dall'odiato vicino, che in realtà non conosco ma già odio, perchè è dieci mesi dieci che sta mettendo a posto quel cazzo di appartamento, facendo casino ad ogni ora del giorno e facendomi saltare i nervi - insomma, diocane, quanto cazzo ti ci vuole?!?) iniziano a trapanare e segare alle 7:30, magari qualche ora di sonno a notte non farebbe male. nonostante ciò, sei sempre una gran figa e io ti voglio sempre un gran bene (non si fa certo revisionismo storico per una nottata insonne - una fra le tante, poi - né per certe mise imbarazzanti o per certe amicizie evitabili). "una volta figa, sempre figa", come direbbe qualcuno.

ora sono quasi le 6, questo post mi ha portato via tutta la notte. non so questa sera come farò a fronteggiare Bianconi.
mi faccio un'overdose di Mazzy Star e vediamo se riesco a riposare almeno cinque ore. hasta luego, rigà.


 

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 1234 chickens just back from the shore [11:11, inbetween days] permalink 
15/07/2008 12:47


un post che è tutto un link!

Visto che questo blog (un po' come ha dimostrato il post precedente) è un blog inevitabilmente legato al passato, tanto vale cominciare ad accostarsi ad esso con un minimo di lievità - è estate, e credo che ben poche persone (fra cui il sottoscritto, ca va sans dire) possano provare intimo godimento nel leggere dei pipponi ("per quanto ben scritti", come mi ha fatto notare praticamente ogni singola persona che ho incrociato su Messenger per la prima volta dopo otto mesi di blackout tecnico, un modo come un altro per farmi capire che dovrei farmi meno pippe mentali e più pippe manuali, migliorando in maniera sensibile la mia percezione nei confronti del mondo) come quello sotto riportato.
Detto in due parole: fa caldo, svacchiamoci.
E così, se il passato non passa, il presente non presa e il futuro non futa (questo, almeno, è quello che dice lei quando parla di noi), meglio rifugiarsi con la mente in un'epoca in cui le uniche vere preoccupazioni erano svegliarsi in tempo per vedere i cartoni animati su Rai2 e, dopo la scuola, tornare a casa in tempo per vedere i cartoni animanti su Canale5. Così può capitare di svegliarsi al mattino (allietato dai suoni dei trapani e dei martelli degli operai dei due cantieri due che ti ritrovi nel cortile nel palazzo, causa ristrutturazione di un appartamento e nascita del nuovo fighissimo ultramoderno ascensore esterno), accendere il pc e la prima sigaretta della giornata per calmare i nervi, ritrovare blog di cui sinceramente avevi sentito la mancanza e scoprire una piccola meraviglia di cui non eri a conoscenza. E magari incazzartici pure, con la piccola meraviglia in questione.
Perchè non capisci perchè i bambini americani d'oggi (su cui volentieri scatarreresti su, un po' come faceva Manuel Agnelli ai tempi con i gggiovani) debbano godersi Feist che, in pieno impeto autoironico, riprende la sua 1234 (un inno per gli indierockers di tutto il mondo, e ormai lo sa pure David Letterman) e la trasforma in questa cosa meravigliosa, mentre tu da piccolo eri costretto a sorbirti repliche infinite di Heidi e puntate zuccherose de L'Albero Azzurro - forse il format più odioso di ogni tempo e luogo. E, magari, nel profondo di te, pensi di risultare ridicolo ad amare così incondizionatamente infantile, e per un momento sei anche tentato di metterla da parte e non pensarci più. Poi ti ricordi, come un'immagine sfuocata spuntata fuori da chissà dove, di quel bambino di sei anni la cui unica vera preoccupazione era riuscire a vedere ogni Natale in santa pace un certo film. E poi ti ricordi che quello stesso bambino, diventato adolescente, comprò dopo mesi di estenuanti ascolti e ricerche un certo libro sulla stessa persona che aveva recitato la parte principale di quello stesso film. E allora capisci che tutto torna. E non invidi più i bambini americani, che quasi certamente neanche sanno chi sia Feist, ma ti godi ogni singolo istante di quel video e sorridi come un ebete di fronte allo schermo, lo stesso identico sorriso che avevi a sei anni quando iniziavano le storie di Pelle Ossa o le prime note della sigla del Conte Dacula.


 

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 you are (not) free [school's night] permalink 
14/07/2008 00:03


per un notevole rientro in grande stile.


scrivo da un buco depressivo di cui non ho ancora quantificato l'esatta profondità. detto in parole povere, sono ritornato nella buca. ma questa volta, invece di rintarmici di mia spontanea volontà, ci sono caduto per caso. la caduta è stata dolorosa e devo essermi certamente rotto qualche osso. cose che capitano, ma a cui non sei mai preparato. rileggere, rileggersi, ha sempre un effetto devastante. non sai mai cosa potrebbe capitarti appena girata una pagina o, nel mio caso, aperto una pagina internet. la filologia emotiva è fondamentale per capire chi si era e cosa si è diventati, ma può diventare un'arma a doppio taglio se non si sa come maneggiarla. esattamente come nel mio caso. una frase di cui ci eravamo dimenticati la forza, un evento che abbiamo tentato di cancellare dalla nostra memoria con tutta la nostra forza. certe cose non muoiono mai. sono parte di noi, che lo si voglia o no. ci hanno creato, ci hanno fatto crescere e, probabilmente, diventare persone migliori. allora, perchè ritrovarle, rivederle dopo tanto tempo, dopo un'eternità che ha portato a cambiamenti mostruosi nella tua esistenza, fa ancora così male? perchè il dolore lancinante al petto non è diminuto ma, bensì, solo aumentato? perchè le lacrime continuano a scendere, nonostante le ore spese a cercare di ripartire da zero? "continuerai a correre ancora per molto?", mi chiedo. "fuggirai ancora, scivolerai per terra come un ragno, sapendo che tutto quello da cui tenti di fuggire sarà sempre un passo avanti davanti a te e ti aspetterà dietro il prossimo angolo che svolterai, pronto a colpirti ancora più forte?". non lo so, davvero non lo so. forse è per questo che mi sono rifugiato di nuovo nella buca. la buca è il vuoto, l'assenza di tempo, il nulla che si fa reale, l'oscurità che assume i contorni della luce. è un posto dove il sole non arriva, dove l'unica luce è quella rossastra delle sigarette che accendo una dopo l'altra, un posto che il mondo esterno non può trovare, perchè la buca è dentro di me, è un rifugio che ho scavato dentro la mia anima per poter trovare la quiete mentre fuori imperversa la tempesta. la mia unica, debole, protezione contro l'esterno, il freddo rifugio per giorni ancora più freddi. sono un codardo, uno schifoso codardo. perchè non ho il coraggio di guardare verso la flebile luce che viene dall'alto e tendere le mie mani verso il bordo. è lo sforzo del scavalcare il bordo che mi spaventa. quello sforzo e tutto ciò che esso comporterebbe. capire una volta per tutte che i miei fantasmi non se ne andranno sinché non sarò io stesso ad affrontarli, che devo accettare che non basta un trasferimento o un cambio di indirizzo per eliminare del tutto i propri problemi, che essi sono cresciuti come gramigna dentro di me, pungendomi ed urticandomi gli organi, e che forse non me ne libererò mai del tutto, che dovrò sanguinare, che dovrò soffrire per estirparli sino alla radice. capire finalmente che in tre anni la graminia è sempre la stessa, che nulla è cambiato se non la mia percezione di fronte ad essa, che è sempre meno speranzosa. capire che certe cose dentro di te non muoiono mai, nonostante i tuoi sforzi titanici, nonostante le giornate riempite quasi a forza per cercare di non pensarci, che le "nuove vite" non esistono se non nei film per errori di sceneggiatura, che sinché tu sarai lo stesso non potrai mai pretendere che il mondo intorno cambi. l'uomo maledetto diventerà sempre un lupo mannaro di fronte ad una luna piena, e, nonostante le sue lacrime, nonostante il suo lancinante ed impossibile dolore, dovrà comunque uccidere un suo simile per poter soddisfare la sua natura oscura. dovrà cedere ad essa, perchè il buio è sempre più forte della luce più intensa. non c'è redenzione nel suo modo di agire, solo la spietata routine della sopravvivenza. sopravvivere, è questo il punto. non vivere. un lupo mannaro non potrai mai realmente vivere, perchè nessuno capirà mai il suo dolore. e non potrai mai sentirsi libero perchè non avrai mai la forza di liberarsi del suo fardello con chi gli sta vicino, nella paura di essere preso per un folle o, peggio, che il suo dolore venga sminuito. qualunque uomo ha la sua buca, e il lupo mannaro non fa eccezione, se non nella profondità, quasi noiosamente eccessiva, del rifugio che si è costruito dentro di sé. è un modo per evitare di ferirsi ulteriormente, un modo per prendere tempo e cercare di fare chiarezza, sebbene in cuor suo sappia bene che quella chiarezza non arriverà mai. eppure, nonostante ciò, farà il possibile per avvicinarsi ad essa, anche a costo di perdere tutto il resto. a costo della solitudine più estrema e dell'unica compagnia del macigno che lo opprime sul petto ogni volta che si alza la mattina. la chiarezza ha un costo e questo è la propria felicità. il lupo mannaro ha già smaltito la sua rabbia. ha tirato pugni contro le pareti di terra che lo circondano, ha sentito la pelle tagliarsi, rompersi in mille pezzi dopo la deflagrazione contro il terriccio umido e i piccoli sassi disposti casualmente al suo interno. i pugni sanguinano ed ogni colpo sferrato ha lo stesso effetto di una manciata di sale versata su una ferita ancora aperta. poi un bruciore alle gambe, un'improvvisa stanchezza, gli attanaglia le gambe e il lupo mannaro cade a terra. lunghi rivoli di sudore gli scendono lungo le tempie e finisce sul terreno. vorrebbe continuare, ma non ne ha più le forze. alza istintivamente lo sguardo verso l'alto: la luce che viene da fuori è debole, ma brucia come fuoco sulla sua pelle. si accascia supino sul terreno, le braccia distese. il terreno è umido e fresco e la sensazione sulla pelle è piacevole. la luce comincia lentamente a diminuire e con essa la rabbia. non sa come cambiare le cose, ma in fondo ci spera ancora. ma forse non è ancora il momento: tra poco la luna riprenderà possesso del cielo e la sua macabra routine avrà di nuovo inizio.
credevo di averlo superato, ormai.


Baby
Black, black, black is all you see
Don't you want to be free?
Baby
Red, red fire is what you breathe
Don't you want to be clean?
Honey, the shape you're in
Is worth every dime you spent
Baby Doll
Turn out the lights
Set yourself on fire
Say goodnight
Did you have a real cool time?
Baby
Black, black, black is all you see
Don't you want to be free?



 

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 any minute now [memorabilia] permalink 
11/07/2008 03:04


L'orario è improponibile, devo ancora modificare un sacco di cose, pianificare un ritorno come si deve, sono ridotto ad un mucchio sonante di ossa, ma da qualche parte devo scriverlo: i Soulwax sono la cosa più figa che mi sia capitato di vedere dal vivo. Forse è l'entusiasmo del momento che parla ma chissenefrega. Un gruppo che riesce a far ballare - ballare davvero, mica tenere il tempo con il piedino ed annuire con la testa - anche me (io, che sono il ventenne più vecchio del mondo, e pure nerd, quindi dalle movenze inevitabilmente limitate), merita ogni rispetto e devozione possibili. Poi, ovviamente, questa scelta si è trasformata in un massacro (fai tanto il figo, ma se passi tutto il tuo tempo libero a leggere e a fumare una sigaretta dopo l'altra non è che puoi pretendere di trasformarti in un raver provetto, soprattutto se sei in prima fila e devi proteggere la tua amica dagli assalti della folla in delirio dietro di te), ma, come ho detto sopra, chissenenfrega. Per oltre un'ora mi sono sentito gggiovane e tamarro, e questo vale bene una schiena martoriata, qualche nerone sparso e una craniata da antologia. Abbasso le chitarre, viva i sintetizzatori!

 

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 nel caso foste ancora interessati... [14th street, movies, braille, school's night, 11:11, inbetween days, ipse dixit, memorabilia] permalink 
12/10/2007 15:35


... signore e signori, si continua qui.



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 vessel for a minor malady [14th street] permalink 
28/09/2007 19:01

E' abbastanza ovvio che
iniziative del genere abbiano la stessa utilità pratica della costruzione di un pupazzo di neve nel bel mezzo del deserto, e il cinico che riposa all'interno del mio cervello mi sta maledicendo con ogni possibile insulto da lui conosciuto (e, sant'iddio, ne conosce parecchi). Ma noi blogger, bene o male, siamo una comunità. E, come ha giustamento ricordato Valentina (tramite Dave), se le autorità non fanno nulla (e, con ogni probabilità, nulla faranno), siamo noi i primi che dobbiamo agire nel nostro piccolo: un paese è stato privato del suo principale mezzo di libera espressione, ossia la connessione ad internet, e noi, che viviamo in quello che è definito "mondo civile" e che abbiamo fatto di quello stesso mezzo uno dei nostri mezzi di espressione, non possiamo rimanere con le mani in mano. Meglio un segno, per quanto inutile, che l'indifferenza totale. Un post rosso, un piccolo segno di protesta.

There’s no cure, so why should I care?
You have fled into this blackness,
In this sling I must contain.

You use your force
to comfort my trembling hands
and fold them aside.




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 sparks (il post che arrivò un mese dopo) [inbetween days, memorabilia] permalink 
01/09/2007 20:20

strani giorni, questi. quando il caldo ti avvolge senza mai toccarti veramente e ti ritrovi a vivere in un limbo in cui sonno, dormiveglia e l'agire quotidiano si mescolano in una nebbia di non ben definite origini e proporzioni. così, giorno e notte si ritrovano inevitabilmente invertiti, con l'unico risultato di riuscire non capire più nulla. i tuoi genitori, i tuoi parenti&amici e chiunque ti conosca anche solo un minimo fanno risalire questa tua confusione esistenziale - accentuata pericolosamente dal caldo e dall'uso smodato e folle dei condizionatori in certi locali, roba da ipotermia immediata - alla tua insana (cit.) abitudine di passare intere nottate a leggere libri o a guardare film, passione che ti costringe ad andare a letto all'alba e ti lascia intontito e confuso (ma non felice) per il resto della giornata. questo giusto per non dire dei lamenti dello zio gaio che si copre gli occhi e scuote disperato la testa ogni volta che ti vede piombare nel suo negozio di abbigliamento per salutarlo, visto che hai lo stesso aspetto salutare, lo stesso colorito e probabilmente lo stesso vestiario di uno zombie appena riesumato dall'obitorio (non da un cimitero, perchè il terriccio sui vestiti pare out da tempo immemorabile). tutto questo mentre gli Abba canticchiano allegri in sottofondo.

strani giorni, in effetti. pomeriggi interi passati sul divano in stato semicomatoso a cercare un modo per reagire, con l'unico risultato di aspettare la sera e inserire l'ennesima volta Donnie Darko nel lettore dvd e canticchiarti l'intera colonna sonora prima di addormentarti. l'unica soluzione sarebbe quella di reagire e tentare di fare qualcosa (qualsiasi cosa), ma le forze vengono inevitabilmente a mancare. colpa, forse, delle giornate diventate sconvolgentemente vuote, ora che non sono più scandite dagli obblighi scolastici. ah, obblighi scolastici. come suona distante e quasi assurda espressione, ora vivi con la certezza di essere ufficialmente diplomato (e come, oltretutto: 63 meritatissimi punti, il giusto riconoscimento per la tua saltuaria presenza scolastica e per l'impegno profuso durante l'anno, che rasentava il menefreghismo più totale. per molti sei l'ennesima riprova del fallimento del sistema scolastico italiano, per altri quel voto è "una vera delusione, per un ragazzo dalle così alte potenzialità", per te è la conferma burocratica della tua libertà riacquisita, e tanto ti basta per farlo valere quanto un centoetlode), mentre l'università è ancora un distante miraggio, anche se ancora per poco. ti verrebbe quasi da sorridere di gioia, ma l'afa imperante conferisce uno sforzo titanico al movimento di ogni muscolo, quindi rimani inebetito e disteso sul letto, limitandoti a fissare il soffitto.

giorni vuoti, dopotutto. in cui riscopri a sorpresa la bellezza "da togliere il fiato" di un album come Ocean Songs dei Dirty Three. un album che rievoca il mare in tutta la sua struggente bellezza: il mare impetuoso ed umano delle poesie di Baudelaire, il mare della libertà de I 400 Colpi di Truffaut. il mare d'inverno, per dirla con Ruggeri. non quello estivo, affollato, accaldato e rumoroso che tanto piace a tutti. sì, è la solita ed inutile critica da parte di chi al mare d'estate fa di tutto per non andarci, ma abbiate pietà: la parola ed Ocean Songs sono le uniche due armi rimastemi per combattere le occhiate piene di disgusto di chi mi vede ancora non abbronzato e trasparente (quindi un po' chiunque, in questo periodo) e tenta con ogni mezzo di farmi amare quell'orgia rumorosa che è la spiaggia durante i mesi estivi. sarà che sono più un tipo da montagna.

- Ma cos'ha che non va Ibiza? Ci sono il mare, il sole, le discoteche, la gente, gli hotel...
- Appunto.


giorni vuoti, si diceva. in cui il computer (pardon: il caricabatterie del tuo computer) decide di abbandonarti, e tu non hai la forza di andare al più vicino negozio di elettronica e fartelo cambiare. cose che succedono, certo. cose che potrebbero anche non succedere, se non facesse così caldo e fosse possibile uscire senza squagliarsi non appena voltato l'angolo. così, alla fine, la colpa è sempre degli altri e mai tua e della tua pigrizia - alla faccia della maturità, che sarebbe dovuta entrare dalla finestra e averti fatto suo il giorno del tuo diciottesimo compleanno. ma anche queste sono cose che succedono. succede anche di rimandare dei post (uno a caso: quello che state leggendo) per oltre un mese. ma non importa: sono cose che succedono. distrutto ancora prima di cominciare dall'afa esterna, appiedato dal proprio computer, impossibilitato a muoverti: l'unica cosa da fare è rinvangare il passato, visto che il futuro appare vuoto come il presente. e dato che d'estate si è più felici (ci si prova, almeno) e il cervello non può essere sottoposto a sforzi eccessivi, i ricordi sono quasi sempre recenti e piacevoli (anche questo è un concetto utopistico, ma tanto vale provarci). quindi, ripassi mentalmente i momenti migliori dei mesi appena trascorsi, concentrandoti a tal punto su di essi da far passare in secondo piano tutto il resto. processo ingiusto, è vero, ma salvifico e necessario, in attesa del ritorno dell'autunno che cancellerà ogni brutto ricordo.

tornano così alla mente le immagini del concerto degli Arcade Fire a Ferrara. o forse sarebbe meglio dire evento, vista la portata del tutto. di quanto li ami credo di aver già ampiamente detto in passato (correggetemi se sbaglio), ma mai e poi mai mi sarei aspettato quello che ho visto. la fama della loro bravura in sede live era cosa nota, ed esistono tonnellate di video che lo dimostrano. e ora, dopo aver sperimentato quella bravura sulla mia pelle, mi verrebbe da dire che ogni parola è superflua - e mai come in questo caso sarebbe vero, perchè non c'è davvero modo di spiegare quell'alchimia che rende tanto incredibili gli Arcade Fire. band nel senso più ampio del termine: tutti che suonano tutto, tutti che cantano tutti le canzoni e che incitano il pubblico a cantare con loro. il risultato sono millecinquecento persone che cantano in coro Rebellion, Wake Up, Tunnels, No Cars Go o qualsiasi altra canzone proposta quella sera. di cosa parlare, alla fine? di quanto Haiti sia assolutamente splendida dal vivo (e se non ci credete, date un'occhiata qui)? di Win Butler, forse l'uomo più educato sulla faccia della terra, che ringrazia il pubblico dopo ogni singola canzone e che deve compiere uno sforzo sovrumano per riuscire a sorridere? di Régine Chassagne, sua moglie, fiera componente del circolo delle donne più wubbose del pianeta (insieme ad Emiliana Torrini, Isobel Campbell e Joanna Newsom), che ne è l'esatto opposto tanto è sorridente, e che suona gli strumenti con la stessa gioia di una bambina alle prese con i suoi giocattoli preferiti? di che cosa si provi a cantare una canzone in coro con un'intera piazza, dando l'anima e finendo per rimanere afasici dopo tutti quegli 'oooooh' e 'uuuuuuh', urlati come se non ci fosse un domani? si riuscirebbe davvero a capire quello che ha rappresentato per me quella sera? riuscireste a sentire gli stessi brividi che ho sentito io, mentre, fra le lacrime e con gli occhi chiusi, urlavo a squarciagola ogni singola strofa di Tunnels? no, naturalmente. la forza degli Arcade Fire sta anche in questo: non riesci a spiegare a parole quello che riescono a darti, perchè devono essere vissuti. ogni singola parola risulta inutile, perchè non riesce davvero ad avvicinarsi a quello che è successo (soprattutto dentro di me) quella sera a Ferrara.

capitò, inoltre, che qualche giorno dopo il concerto degli Arcade Fire, mi ritrovai ad ascoltare pure Rufus Wainright dal vivo. ah, Rufus. mi rendo conto solo ora, abbastanza colpevolmente, di non aver mai parlato di lui in questo blog (anche qui, correggetemi se sbaglio). cosa abbastanza strana, perchè a me Rufus piace, e anche tanto: vuoi per la gaiosità che ci accomuna, vuoi per la sua splendida voce, vuoi perchè nel mio repertorio, a maggioranza new-waveggiante ed indie-tronico, un cantante che si crede diva, ha un ego spropositato ed sviluppa nelle sue canzoni un senso orchestrale che lascia basiti era necessario. il mio grosso problema con Rufus (che è poi forse il suo grosso problema) è che spesso si lascia prendere la mano e finisce per strafare. così, dopo aver ascoltato alcune canzoni, alla fine ti ritrovi a dire "sì, bello l'arrangiamento, bella la produzione, bella la voce. ma l'anima, Rufus, dov'è?". il fatto è che mr. Wainwright è ben conscio del proprio talento (con un ego come il suo, del resto, come non potrebbe?) e sa benissimo che è capace, con il minimo sforzo, di comporre gioielli che ad altri cantautori porterebbero via decenni di lavoro. questo eccesivo autocompiacimento è stato forse il motivo per cui non sono del tutto riuscito ad apprezzare Rufus, a sentirlo mio come invece avrei voluto. provavo per lui gli stessi sentimenti che mi provoca la visione di un quadro rinascimentale: osservo rapito la perfezione delle forme, il mirabile dosaggio dei colori e la plasticità delle atmosfere, ma allo stesso tempo ne rimango estraneo, infastidito da quella sfiancante ricerca della perfezione assoluta che trovo quasi ridicola. intendiamoci, ho letteralmente divorato i suoi primi tre album (soprattutto Want One, il mio preferito), ma di fronte alla pretenziosità di Want Two, inutilmente annegato nell'autocompiacimento e in una marea di arrangiamenti orchestrali a vuoto, ho avuto il timore che Rufus avesse definitivamente deragliato e si fosse perso del tutto. timori svaniti come neve al sole di fronte, prima, all'ascolto di Release The Stars e, poi, alla visione del concerto. concerto che mi ha sostanzialmente confermato due cose:
.Rufus è sì spocchioso, egocentrico e magari pure parecchio snob, ma ha un senso dell'umorismo ed un'autoironia che mai mi era capitato di trovare in cantautore: scherza, fa battute, dialoga con il pubblico. insomma, si vede che gli vuole bene e che gli è riconoscente. se poi lo fa perchè è lo stesso pubblico che gli permette di farsi fare i lederhosen personalizzati e di andare all'opera tre volte la settimana o perchè gli vuole bene veramente, questo non ve lo saprei dire con certezza. ma propendo decisamente per la seconda possibilità (sarà forse perchè anch'io gli voglio bene a Rufus, non so).
.dal vivo è una vera e propria bomba. mai sentito nessuno reggere così bene, vocalmente, oltre due ore di concerto. lo chiamerei "talento naturale", ma è chiaro che ci deve essere dietro qualcosa. su Linus hanno definito la sua voce come quella di "un Buckley rinato". ecco, forse una protezione dall'alto è una spiegazione più che logica per cotanta meraviglia.
ora, mi rendo conto che forse una recensione brano per brano sarebbe la cosa più logica e giusta (ma non ci sono neanche riuscito per gli Arcade Fire! chi voglio prendere in giro?), ma durante il concerto non ho avuto che un singolo pensiero. e quel pensiero riguardava una canzone: I Don't Know What It Is. la mia I Don't Know What It Is, la canzone che più amo e che, bene o male, rappresenta quasi tutto di me. canzone che, alla fine della prima parte del concerto, non ha ancora fatto e che credo non farà, almeno non stasera. manco il tempo di finire di crucciarsene e lamentarsi interiormente, che Rufus rientra ed attaca proprio quel pezzo, il primo encore della serata. ho avuto come il presagio di un mancamento, ma a posteriori credo di esserne uscito bene: non ho urlato, non mi sono gettato sul palco, non ho applaudito troppo forte e non sono svenuto. mi sono semplicemente seduto sui gradoni a lato delle prime file e ho guardato il palco, lasciando che le lacrime scendessero, senza fare nulla per fermarle. non so bene cosa sia successo dopo (a onor del vero, lo so eccome), perchè ho perso ogni tipo di sensibilità e, senza rendermene conto, mi sono ritrovato a salutare la mia Cava, compagna di concerto e senza la quale mai avrei scoperto il giovane Wainwright, e di nuovo in viaggio in treno, verso casa.

(il brutto di momenti come questi è la loro brevità, quasi fisiologica ed inevitabile. durano un attimo, ti esaltano e poi ti ritrovi improvvisamente a terra senza neanche rendertene conto. ed è brutto tornare alla normalità, soprattutto dopo che sei arrivato alla felicità quando ommioddio non dirmi che sta facendo proprio quella canzone qui di fronte a me ommioddio sto per svenire non avrei mai creduto di sentirla dal vivo sto per morire e la sta facendo anche bene ommioddio ommioddio ed ecco che svieni sulla poltroncina numerata. il grosso problema della normalità, detta anche routine, che non è mai come te la ricordavi, ma è sempre un filino peggiore - questo ammesso e non concesso che nel mentre non sia capitata una qualche catastrofe di proporzioni bibliche, mandano all'aria quel poco di ordine rimasto. e quando non sono le catastrofi, sono i paletti della luce - contro i quali vai inevitabilmente a sbattere, dato che la tua mente si ostina a rimanere in quel limbo chiamato "il concerto", potente come una brutta sbornia che non vuole saperne di passare e, se possibile, altrettanto pericolosa. cose che capitano anche queste, certo, ma la tentazione di salire su il tourbus della band o dell'artista di turno è sempre più forte dopo ogni concerto. anche quando si tratta di gente profondamente disturbata come Tori Amos, sia ben chiaro.)

(ah, poi ci sarebbe da parlare anche delle mie vacanze in Islanda, ma rimandiamo tutto al prossimo post, ok?)

giorni strani, alla fine. in cui, sempre disteso sul letto, ti ritrovi a filosofeggiare (o a tentare di ampliare filosofie altrui) osservando le tue Converse che giacciono come morte sul tappeto. o nei quali, durante la mattina e di fronte al primo caffé della giornata, senti la voce di Emiliana "wub" Torrini che, con l'innocenza di una bambina, ti canta cose come home alone and happy, nothing brings me down, e tu rimani a fissare il caffé e a sorridere mestamente. sai bene che non è vero, ma almeno per una volta è bello credere che sia così.




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 burn it to the ground [memorabilia] permalink 
07/07/2007 17:08


Forse capisci che qualcosa è davvero finito per sempre quando, per festeggiare degnamente la fine degli orali di tutti la compagnia e la liberazione definitiva dopo 5 anni di inferno umano e scolastico, stamani, dopo la fine dell'ultimo orale della giornata, tu e alcuni compagni siete saliti su una collina abbastanza solitaria e, scaricate per terra tutte le fotocopie di latino che avevate ricevuto durante l'anno, avete dato loro allegramente fuoco ed insultato altrettanto allegramente (con epiteti che qui non è consigliabile né possibile riportare) gli autori che in quel momento stavano ad arrostire al calore del tuo accendino. Si potrebbero dire tante, ma vedere bruciare le versioni di Seneca e Lucrezio sulle quali ti sei fatto il mazzo tutto l'anno è apotropaico come poche altre cose a questo mondo (soprattutto quando, nel mentre, ti viene spontaneo citare mentalmente pezzi a memoria di quell'immane figata che risponde al nome di Satyricon, di quel vero geniaccio di Petronio). Sono questi i momenti in cui capisci come deve essersi sentito Nerone, mentre dal balcone del suo palazzo vedeva l'Urbe bruciare e tentava (peraltro maldestramente, avendo il talento e le capacità tecniche di un armadillo) di cantarne la bellezza insita nella  sua distruzione con la sua cetra. Solo che lui era un colgione di razza rinomatissima, e ci teneva a far sapere di essere lui l'artefice di tutto. Tu almeno ti limiti ad accendere l'ennesima Malboro e a sederti, per poter godere dello spettacolo che hai di fronte agli occhi con i tuoi compagni piromani, mentre i passanti casuali vi guardano storto (magari chiedendosi perchè ai loro tempi non sono stati anche loro tanto furbi da fare una cosa del genere, e mangiandosi di conseguenza le mani per la rabbia) e Under The Milky Way dei Church risuona prepotentemente nell'aria, facendosi strada a forza fra lo stormire degli uccelli, grazie alle casse ultrapotenti della macchina della tua amica. Poi ti accasci al suolo, sentendo il calore dell'asfalto che oltrepassa la tua camicia e ti scalda dolcemente la pelle, e pensi che ora puoi finalmente dire di aver trovato un buon utilizzo pratico a tutto quel mare di carte che durante il corso dell'anno scolastico ti ha costretto a camminare piegato in due sotto il suo peso, senza peraltro lasciarti nulla in testa se non un mare di nozioni e precetti morali con i quali ti trovi in profondo disaccordo e ai quali abbinerai sempre le prediche della tua profe, che ti avvisava che "Un giorno apprezzerai tutto questo, Alessio". Forse è vero, e un giorno rimpiangerò quello che ho fatto in un mattino di un luglio decisamente troppo freddo, nel quale mi liberavo per la prima volta da un peso sul petto durato cinque anni, magari cercando disperatamente di ritrovare traccia delle frasi celebri e salutari e dei precetti morali di Seneca nella mia mente, inutilmente.
Ma quel giorno non è certo oggi.


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